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Imre Kertesz, Essere senza destino - Feltrinelli. Recensioni di libri da leggere a cura di Vincenzo Sparagna, direttore di FRIGIDAIRE e IL NUOVO MALEImre Kertész
"Essere senza destino"
di Vincenzo Sparagna - 27-1-2017

Premio Nobel per la Letteratura nel 2002, Imre Kertész, nato a Budapest il 9 novembre 1929 e morto nella sua città il 31 marzo 2016, fu deportato ad Auschwitz nel 1944 e liberato dal campo di Buchenwald un anno dopo. In questo romanzo, certamente il suo capolavoro, racconta quella tremenda esperienza dal punto di vista di Gyurka, un ragazzo ungherese ebreo, abbastanza grande da essere sfruttato dai tedeschi come manodopera per l'industria bellica, ma ancora troppo giovane per comprendere subito quello che sta succedendo. È proprio osservando la realtà con lo stupore del piccolo Gyurka che Kertész riesce a rendere vivo e atroce l'orrore dei campi nazisti. Prima quello di Auschwitz, finalizzato principalmente allo sterminio, poi quello di Buchenwald nel quale il compito fondamentale degli aguzzini hitleriani è spremere i deportati nel lavoro fino alla morte. Gyurka si accorge poco per volta della realtà dei due campi. Alla partenza del treno da Budapest crede perfino che sia una buona cosa lasciare l'impiego forzato in una fabbrica ungherese per andare in Germania, si illude che sarà pagato meglio e potrà conoscere il mondo. Mentre il treno entra nel campo di Auschwitz è ancora convinto di essere un lavoratore libero, ma presto la realtà cruda della detenzione, dello sfruttamento e della morte lo avvolge. Per lui è un colpo di fortuna essere trasferito poco dopo a Buchenwald, dove si lavora a ritmi tremendi, ma la possibilità di sopravvivere è affidata alla capacità di sopportare la fatica, il freddo e la fame. Intorno a lui tanti cedono, si ammalano, vengono eliminati perché inservibili, ma lui resiste finché, ferito in un incidente, viene ricoverato in un piccolo ospedale interno gestito dagli stessi deportati. Qui la benevolenza di un detenuto politico infermiere e la disattenzione delle feroci SS, ormai incalzate dall'avanzata dell'Armata Rossa, lo salvano. Mentre la gran parte degli internati muore nei trasferimenti forzati decisi dagli ufficiali nazisti per sgombrare il campo, Gyurka, confinato dalla ferita nella sua misera branda, è tra quelli che alla fine assistono alla fuga delle SS e alla liberazione. Il romanzo è meraviglioso, ricco di personaggi indimenticabili, palpitante di emozioni dalla prima all'ultima pagina. Fa rivivere al lettore l'angoscioso slittamento verso la catastrofe degli ebrei, fino all'ultimo inconsapevoli del destino che li attende. Perché la disumanità della “soluzione finale” escogitata dai gerarchi nazisti era talmente inconcepibile che per la maggioranza delle vittime resta oscura fino all'ultimo. Esse si comportano come bestie portate al macello che solo alla vista del sangue si rendono conto di non avere altro destino che la morte. I pochissimi sopravvissuti, come Kertész e il suo alter ego Gyurka, diventano così testimoni di una barbarie che va ricordata per impedire che si ripeta, magari in forme nuove e perciò al principio altrettanto invisibili.

 

Imre Kertész, Essere senza destino - Feltrinelli, pagine 223, euro 8,00

 

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