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[Frigidaire n.177/178, Ottobre-Novembre 1995]

La politica, così come viene praticata oggi, è un'arte minore, una sorta di professione ragionieristica, semplice amministrazione (quando non addirittura ruberia).
Ma è questa davvero la politica? O non siamo piuttosto di fronte a una sua incarnazione impropria, traditrice e miserabile? Io sono convinto di questa seconda ipotesi.
Non per ragioni, diciamo così, idealistiche, ma pratiche.
Cosa infatti differenzia l'agire politico dall'agire propriamente amministrativo?
In sostanza questo: mentre l'amministrazione è distribuzione di risorse previste, o prevedibili, su scale di costi previsti, o prevedibili, la politica è invece l'arte di padroneggiare l'imprevisto, l'imprevedibile. La politica è l'intervento - a sorpresa - dell'intelletto umano sui processi sociali "naturali".
Il politico non attende che "la cosa vada", ma progetta "come deve andare" e si sforza di piegare la realtà all'imprevedibilità della sua azione.
In altri termini la politica è l'elemento soggettivo che interferisce coscientemente sull'elemento "oggettivo".
Amministrare non è governare, è lasciarsi governare dall'economia. Governare è ribellarsi a un futuro obbligato, sfidare la società ad automodificarsi.
D'altra parte anche i più incalliti politici/amministratori, semplici funzionari dell'impersonale soggetto Capitale che regola le "leggi" dell'economia, sono consapevoli di questa distanza tra conti correnti e progetti. Tanto che, per riparare, si rifugiano, di solito, in una serie di parole-chiave generali, come se anche l'amministrazione facesse parte di un progetto.
Basta guardare alle recenti esperienze italiane. Perfino Ciampi, Dini... addirittura Berlusconi, che pure è il più ostinato teorico della riduzione della politica a impresa commerciale, sono ricorsi spesso a slogan e principii generali: "la patria, il lavoro, la libertà, i diritti umani".
In tal modo anche l'amministrazione cerca di far credere che è politica, mimando il linguaggio della grande politica, facendosene scudo di fronte al "giorno per giorno" che ne guida le scelte.
Eppure la politica continua a far sentire la sua assenza. La società resta assetata di progetti.
I suoi componenti navigano in un mare incognito, sprofondano nelle buie galere della "vie quotidienne", cercando una luce che gli indichi la logica di una svolta, il senso della marcia, il termine della notte.
Ma nessuno risponde a queste domande. Crollati gli imperi delle "grandi risposte false", le ideologie che mascheravano il capitalismo di stato come "comunismo" e la rapina imperialistica come "missione civilizzatrice" o "difesa della libertà", il mondo sembra da qualche tempo vuoto.
E questo vuoto crea un disagio, un senso di "fine della storia" che si traveste da "storia senza fine", ma che - in ultima analisi - è una delle radici profonde del malessere contemporaneo, il vecchio, celebre "no future".
Che fare allora? E' possibile reinventare una politica/progetto di cambiamento, una politica come soggettività cosciente impegnata a contrastare le "leggi" del mercato capitalistico, la "legge" dell'accumulazione astratta?
Forse sì. Ma per fare ciò la politica ha bisogno di tornare ad essere "epica".
"C'è sul campo un uomo vivente?", gridava l'eroe russo.
Noi aspettiamo risposte con incrollabile pazienza.
Sotto forma di gesti: opere, please, non parole.

Immagine di copertina: foto di Franco Fontana.

[ Indice Testi Storici ]
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